Il Sanpietrino giornalino degli studenti del Liceo Benedetto da Norcia

Loro 1: deludente l’ultimo film di Sorrentino su un Berlusconi maschera di se stesso

Loro 1: deludente l’ultimo film di Sorrentino su un Berlusconi maschera di se stesso

(Francesco Sirleto) – Pensavamo (erroneamente) che Paolo Sorrentino – forse il migliore regista italiano in attività di servizio – realizzando un film su Berlusconi, volesse ritornare allo stile e ai contenuti civili e morali dei quali aveva dato mirabile prova con il celebre Il Divo, film del 2008 dedicato all’ultima fase della storia politica e umana di Giulio Andreotti. In realtà Loro 1, prima parte del film dedicato a Silvio Berlusconi (la seconda parte, Loro 2, uscirà nelle sale la prossima settimana), prosegue, accentuandola, quella china decadente e neo-barocca iniziata subito dopo il grande successo de Il Divo. E’ come se Sorrentino, dopo quel perfetto equilibrio tra forma e contenuto raggiunto con opere quali Le conseguenze dell’amore (2004), L’amico di famiglia (2006) e, appunto, Il Divo, con i film successivi abbia, consapevolmente e risolutamente, accentuato e dilatato a dismisura i soli elementi formali dell’opera artistica, riducendo il contenuto (la storia) a semplice e occasionale pretesto per la produzione di bellissime e languide immagini, colori crepuscolari, musiche che potremmo definire neo-impressionistiche, quasi a volerci confidare che fonte della sua ispirazione è la tradizionale poetica barocca secondo la quale “è del poeta il fin la meraviglia …”. In questi ultime prove (una serie di 4 film iniziata con This must be the place, del 2011, con Sean Penn) è compreso anche il film, premio Oscar, “La grande bellezza”, apice di quella china discendente che non s’interrompe affatto, ahinoi!, con questo Loro 1, ma, al contrario, viene ancora di più ribadita e rafforzata. La storia narrata, infatti, è esilina: nel periodo successivo alle elezioni del 2006, perse per appena 25.000 voti di scarto, Berlusconi trascorre la maggior parte del suo tempo nella sua villa in Sardegna, impegnato in lunghe e noiose schermaglie dialettiche con sua moglie, Veronica Lario, la quale sta maturando la decisione di separarsi da un marito tanto ingombrante quanto fedifrago. In realtà Berlusconi e Veronica appaiono soltanto nella seconda parte del film, essendo la prima (una sorta di lungo trailer di un film porno-soft) dedicata alla dettagliata rappresentazione dei molteplici sforzi posti in essere da un lestofante faccendiere di Taranto (quel Giampaolo Tarantini diventato celebre, circa dieci anni fa, per la sua efficiente attività di procacciatore di belle e disponibili ragazze a favore dell’utilizzatore finale S. B., e al quale presta le sue fattezze un imbarazzante ed imbarazzato Riccardo Scamarcio), al fine di entrare nelle grazie del momentaneamente spodestato Presidente del Consiglio per accaparrarsi appalti nelle mense scolastiche e in altri settori dell’Amministrazione pubblica. Da qui tutta una serie di scene e di balletti incentrati e alludenti in maniera più o meno esplicita al sesso e alle varie inerenti attività e modalità. Risultato: un diffusa sensazione di noia e di attesa che qualcosa di assomigliante ad una qualsivoglia narrazione abbia finalmente inizio. Attesa purtroppo delusa dalla seconda parte, al termine della quale il malcapitato spettatore si accorge che quella diffusa sensazione di noia invece che diminuire e scomparire, è in realtà aumentata fino a toccare il culmine nelle ultimissime scene. A dominare il secondo tempo è la maschera che copre il volto di Servillo, somigliantissima all’effigie (più volte oggetto di sapienti interventi di restauro) dell’ex Presidente del Consiglio e di molte altre cose delle quali si fatica a ricordarne il lungo elenco. Insomma: nel film ciò che manca è proprio la storia, la narrazione, il plot; e un film privo di storia è (scusate la ripetizione) un film “senza storia”, cioè senza alcun significato; a meno che non si voglia prendere per buona la spiegazione addotta dal regista partenopeo, quella cioè di aver voluto fare “un film sui sentimenti, su un amore che finisce, ecc. ecc”. Ci dispiace dover confessare che dei sentimenti di cui parla Sorrentino non se ne scorgono tracce, in questo film. Sono altre, le cose che invece emergono: volgarità, superficialità, ignoranza, edonismo spinto all’eccesso, sballo provocato dal continuo ed eccessivo uso di droga, corruzione dilagante, adulazione, narcisismo, ecc. Ma, appunto, tutto ciò costituisce l’apparenza, la superficie, ciò che i sensi possono percepire, il fenomeno insomma, o per meglio dire la maschera. Quella maschera (avvizzita, grottesca, segnata dallo scorrere inesorabile e perverso del tempo) sulla quale indugia con insistenza la cinepresa: ci riferiamo alla faccia di Servillo, sapientemente manipolata dal truccatore e così somigliante a quella dell’originale così come essa appare (bolsa e stravolta dai ripetuti lifting) ogni qual volta S. B. si presenta, in questi giorni, sulla ribalta televisiva. Ma dietro quella maschera? Il nulla, oppure qualcosa di così evanescente e impalpabile da non differire, se non in minima parte, dal nulla. Sorrentino, che 10 anni fa, ne Il Divo, era stato così bravo nel mostrarci la dura realtà nascosta dietro la maschera di Giulio Andreotti, vale a dire il vero volto del suo potere, oggi, purtroppo, si ferma semplicemente alla maschera di S. B., senza riuscire a mostrarci la velata sostanza che costituisce il fondamento reale dell’immutato potere che continua ad esercitare, da 25 anni a questa parte, sulla società italiana. Eppure gli sarebbe bastato andarsi a rivedere l’unico altro film italiano il cui protagonista è lo stesso S. B.: Il Caimano di Nanni Moretti (2006), film nel quale lo steso Sorrentino aveva sostenuto una piccola parte da attore. Lì Berlusconi è veramente Berlusconi, un personaggio a tutto tondo, che domina la scena italiana con tutta la protervia e l’impressionante potenza (reale, non posticcia) che gli consente di esercitare l’enorme ricchezza di cui dispone. Qui, invece, S. B. è quasi un’ombra, un’evanescente immagine, un pirandelliano “personaggio in cerca d’autore”. Patetico e perciò deludente.

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