Il Sanpietrino giornalino degli studenti del Liceo Benedetto da Norcia

Le rivendicazioni studentesche negli anni ’50

Le rivendicazioni studentesche negli anni ’50

(Michela Scuccimarra) – Movimento studentesco, giornali d’Istituto e la riforma scolastica negli atti del Convegno
Disoccupazione, emancipazione femminile, disimpegno negli studenti liceali degli anni Cinquanta.
Dagli Atti del Convegno dei Giornali d’Istituto tenutosi nel 1955 a Roma emergono come la disoccupazione, l’apatia del mondo scolastico, la scarsa partecipazione degli studenti alla vita politica del Paese, la questione femminile siano stati gli argomenti centrali del dibattito, che vide coinvolti studenti provenienti da diverse parti d’Italia.
Fra i tanti interventi emergono per qualità di analisi gli interventi degli studenti Enrico Compagner, Enrico Prozillo e della studentessa Simonetta Sotgiu.
Compagner tratta in particolare il problema dell’avvenire professionale degli studenti, che completati gli studi, non potevano entrare direttamente nella vita della “nazione”, ma dovevano passare per un periodo di disoccupazione o di ricerca affannosa di un posto qualunque per poi accontentarsi di impieghi che nulla avevano a che vedere con il percorso di studi, sottoccupazione che veniva vissuta da “tutti” secondo Compagner in maniera angosciante. Il problema della disoccupazione intellettuale, secondo Compagner, aveva delle profonde radici sociali e non si poteva risolvere con il pretesto che “erano troppi i giovani che studiavano” con cui molti adulti liquidavano il problema.
L’intervento di Enrico Prozillo offre buoni spunti di analisi riguardo la scarsa partecipazione dei giovani al movimento studentesco. Secondo Prozillo i compagni, gli studenti in genere vedevano in ogni organizzazione studentesca un tentativo di speculazione politica dei partiti, per cui i temi che il movimento studentesco doveva mettere in campo dovevano essere quanto più possibile aderenti agli interessi degli studenti stessi e non slogan di partito, in primo luogo la disoccupazione, in particolare quella fra gli studenti usciti dalle scuole magistrali.
Simonetta Sotgiu fu invece l’alfiere dell’emancipazione femminile. Nel 1955 ragazzi e ragazze, dichiarò, avevano spesso le stesse idee e seguivano gli stessi studi, ma una volta usciti dalla scuola, le ragazze non si trovavano più nelle stesse condizioni dei loro compagni: esse non solo non avevano diritto di iscriversi alle facoltà scientifiche, ma anche le giovani laureate in lettere si trovavano in condizioni di svantaggio rispetto ai loro colleghi maschi. Le ragazze, continuava la Sotgiu, erano destinate a priori alla casa, alla famiglia, raramente al proseguimento degli studi universitarii; specialmente in provincia non riuscivano ad ottenere il lavoro e il posto nella società a cui ambivano, nonostante che molte lo meritassero per impegno e competenza. I giornali scolastici e d’Istituto, concludeva la Sotgiu, dovevano occuparsi della questione femminile, sensibilizzare soprattutto i ragazzi, poiché queste sarebbero diventate “le loro donne, future compagne di vita”.

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