Il Sanpietrino giornalino degli studenti del Liceo Benedetto da Norcia

Il mistero del favismo

Il mistero del favismo

(Michele Abdel) – Per favismo si intende l’intolleranza al consumo di fave e derivati, dovuta alla carenza di un enzima che digerisce un particolare zucchero. Esso provoca la distruzione dei globuli rossi e conseguente anemia, tenuto conto che possono esserci diversi livelli di gravità della patologia. Anche un personaggio assai noto è stato coinvolto dal problema: Pitagora di Samo, sulla cui fine si alternano molte leggende, come quella secondo cui si lasciò morire di inedia. Tra le varie versioni del racconto ne esiste una: inseguito da alcuni nemici, preferì cadere nelle loro mani piuttosto che attraversare un campo di fave. Anche ai discepoli di Pitagora fu vietato da parte del maestro il solo contatto con le fave, ovviamente a scopo precauzionale. Non sappiamo se la cosa dipendesse da una particolare diffusione del favismo in quelle zone o se il filosofo avesse vietato il contatto con il legume per evitare pericolose conseguenze per la propria salute, essendo affetto forse da favismo. Una storia infatti narra che anche costoro, inseguiti dai soldati di Dionisio, desideroso di arrestarli perché ostili alla sua amicizia, preferirono morire lottando come potevano contro i suoi soldati, piuttosto che calpestare un campo di fave, e addirittura si rifiutarono di rivelarne la motivazione al sovrano, una volta catturati. Il fatto suggerisce l’esistenza di una sorta di patto misterico tra i discepoli e il maestro.

Il precetto alimentare di Pitagora potrebbe essere anche legato a proibizioni che egli avrebbe appreso nei suoi lunghi viaggi da alcuni sacerdoti, secondo prescrizioni relative a cibi puri e impuri (non dobbiamo dimenticare che le fave, oltre al favismo, possono provocare anche numerose intolleranze, come tutti i legumi, dalle quali, nel corso dei secoli, sarebbe dipeso il divieto del loro consumo presso molte popolazioni). Le motivazioni potrebbero anche essere legate al culto orfico, che annoverava le fave tra i cibi impuri, forse per la loro capacità di limitare l’attività onirica durante il sonno, considerata invece tra i fattori importanti per la catarsi orfica. A Crotone inoltre esisteva un’importante scuola medica, da cui Pitagora aveva senz’altro appreso numerose informazioni alimentari; tra queste forse anche il precetto del divieto di consumare fave (si tenga conto anche che lo stesso filosofo, essendo vegetariano, era molto esperto delle proprietà e degli effetti collaterali di moltissime piante).

La ragione di questo divieto quindi sembra essere legata sulle prime al favismo, a possibili allergie o a intolleranze alimentari. In realtà si potrebbero formulare anche altre riflessioni e meditare su una seconda possibile ragione. La diffusione del grano nel bacino del Mediterraneo rappresentò un cambiamento epocale nella nostra dieta, forse avvenuta in un’epoca remotissima, ancora legata ai legumi. Il divieto di nutrirsi di fave potrebbe ricondurci ad un periodo estremamente lontano nel tempo, quando gli uomini appresero i vantaggi della coltivazione dei cereali, sostituiti ad altri prodotti, come i legumi stessi, responsabili più spesso di patologie digestive, se non addirittura ematiche, come nel caso delle fave. Il tabù in questione potrebbe rappresentare il relitto di un cambio alimentare epocale molto remoto.

Non è escluso che possa esserci anche un terzo motivo alla base del divieto. Astenersi da un cibo, quale che sia, costituirebbe una sorta di esercizio sia a temperare l’appetito, al fine di abituarsi a non mangiare smoderatamente, sia all’autocontrollo in senso più ampio. Gli stessi divieti alimentari che sono nati presso molti culti religiosi, in varie epoche e luoghi, avrebbero alla base anche una funzione: incoraggiare alla virtù della temperanza, che è il motore del rispetto di tutta una serie di precetti religiosi.

In ultima analisi è possibile ipotizzare anche un’ulteriore ragione al tabù delle fave. Omologare i comportamenti accresce il senso di appartenenza ad un gruppo. L’alimentazione è tra i comportamenti più condivisibili nell’ambito di un sodalizio di persone: si mangia assieme. Il pasto può diventare un momento sacro in cui parlare, riflettere, comunicare, perciò anche stabilire una dieta comune rafforza l’identità dei componenti.

Non possiamo sapere dunque il vero motivo dell’astensione pitagorica dalle fave, ma certamente è un fatto che ci incoraggia a meditare su ciò di cui ci cibiamo, non solo dal punto di vista nutrizionale, ma anche dal punto di vista simbolico e culturale.

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