Il Sanpietrino giornalino degli studenti del Liceo Benedetto da Norcia

Il Cimitero Acattolico di Roma

Il Cimitero Acattolico di Roma

(di Elisa Cammarano, Ludovica Ciferri, Alessandra D’Aloisi) – Il giorno 4 ottobre 2018 la nostra classe, il 4B del Liceo Classico Benedetto da Norcia, si è recata nel “Cimitero degli Inglesi”, o “Cimitero dei protestanti“, situato nella zona di Testaccio, tra le Mura Aureliane, Porta San Paolo e la Piramide Cestia, a farne da sfondo.
La nascita di questo cimitero (ormai dichiarato dal 1918 Zona Monumentale d’Interesse Nazionale, dall’allora sindaco di Roma, Ernesto Nathan) è legata alle norme della Chiesa cattolica che vietavano di seppellire in terra consacrata i non cattolici, e cioè protestanti, ebrei e ortodossi, nonché i suicidi e gli attori. Questi, dopo morte, venivano dunque “espulsi” dalla comunità cristiana cittadina e inumati fuori dalle mura (o al margine estremo delle stesse, nei pressi del Muro Torto).
La zona del cimitero acattolico era chiamata “I prati del popolo romano”. Si trattava di un’area di proprietà pubblica, dove si pascolava il bestiame, si conservava il vino e dove i romani andavano a svagarsi.
L’edificazione del cimitero, che oggi è conosciuto come uno dei luoghi di sepoltura tutt’ora in uso più antichi in Europa, risale almeno al 1716 (stando alla documentazione che riporta il permesso concesso da Papa Clemente XI). Fu edificato su richiesta di alcuni membri della Corte Stuart in esilio dall’Inghilterra, ma la zona fu ampliata per ben due volte nel corso del XIX sec.; il secondo ed ultimo ampliamento risale infatti al 1894, che gli conferì dimensioni e definizione, nella misura che vediamo tutt’oggi. 
La prima sepoltura di un protestante di cui si abbia notizia, fu quella di un seguace del re esule Giacomo Stuart, dal nome di William Arthur, che morì a Roma, dove era giunto per sfuggire alle repressioni seguite alle sconfitte dei giacobiti in Scozia.
Adesso questo bellissimo cimitero è un’oasi di pace e di quiete. Non sembra un cimitero, ma un giardino incantevole, dove, avvolti dal profumo dei tanti fiori, si passeggia lungo i sentieri ammirando monumenti, sculture e cappelle stupendi. Non subentra tristezza, ma la serenità regna in questo posto dove “Riposa in Pace” (RIP) sono parole più che adatte.
La popolazione del Cimitero è eccezionalmente varia. Difatti vi si possono trovare tombe appartenenti a defunti di altre religioni quali l’Islam, lo Zoroastrismo, il Buddismo e il Confucianesimo, Le iscrizioni sono in più di quindici diverse lingue – lituano, bulgaro, ceco-slavo, giapponese, russo, greco e avestico- e spesso incise con i tratti della propria scrittura, e, soprattutto, è eccezionalmente ricca di scrittori, pittori, scultori, storici, archeologi, diplomatici, scienziati, architetti e poeti, e tra loro, molti di fama internazionale.
Per il poco tempo a disposizione e per la presenza di circa 600 sepolture decidiamo di soffermarci solo su tre nomi tutti egualmente noti, ma appartenenti ad epoche e ed ambienti differenti, ma di cui i resti vengono conservati proprio in questa struttura.
Il primo dei tre è il famoso poeta e scrittore britannico John Keats.
Keats nacque a Londra il 31 ottobre del 1795 da una famiglia di umili condizioni. Approfondì gli studi letterari verso i 15-16 anni e, quando rimase orfano di entrambi i genitori, studiò medicina e farmacia presso il medico Thomas Hammond (farmacista e chirurgo di Edmonton, nel nord di Londra), prima di dedicarsi alla poesia da autodidatta.
Dopo la morte del fratello Tom (per il quale scrisse l’Annus Mirabilis) a Wentworth Place, Keats conobbe, tra il settembre e l’ottobre del 1818, Fanny Brawne, la quale era ospite, assieme alla madre, dei Brown: la simpatia si trasformò ben presto in intimità. Ciò nonostante, i due non si unirono in matrimonio, a causa delle condizioni economiche poco agiate del poeta e delle sue condizioni di salute assai precarie.
Sin dagli inizi del 1818, infatti, Keats era travagliato da una lenta consunzione, che lo spinse – su suggerimento dei medici – a trasferirsi a Roma col suo amico Joseph Severn (vicino al quale è sepolto), sperando che un clima più caldo potesse giovargli. Purtroppo non fece mai più ritorno in Inghilterra, poiché morì a Roma il 23 febbraio 1821; venne sepolto tre giorni dopo la sua dipartita, proprio nel cimitero acattolico di Roma, presso la piramide di Caio Cestio.
Sulla sua tomba Keats non volle scritti né il nome, né la data di morte, ma semplicemente un breve epitaffio, che recita:
«This grave contains all that was mortal, of a YOUNG ENGLISH POET, who on his death bed, in the bitterness of his heart, at the malicious power of his enemies, desired these words to be engraven on his tombstone: “Here lies one whose name was writ in water“», che, tradotto in italiano, vuol dire: «Questa tomba contiene i resti mortali di un GIOVANE POETA INGLESE che, sul letto di morte, nell’amarezza del suo cuore, di fronte al potere maligno dei suoi nemici, volle che fossero incise queste parole sulla sua lapide: “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto nell’acqua”»
Nonostante la morte precoce, Keats fra i romantici inglesi è forse il poeta la cui fama è rimasta più viva, soprattutto per la sua singolare e modernissima capacità di raggiungere un distacco assoluto, (annullando la propria individualità in immagini che emanano, da sole, una magica e durevole suggestione), e in particolare alla sua straordinaria capacità di provare e ispirare affetto.

È stato un incontro interessantissimo, che è proseguito con la visita alla tomba di Percy Bysshe Shelley. L’epitaffio sulla tomba, scelto dalla moglie Mary Wollstonecraft, è tratto da “La tempesta” (1611) di William Shakespeare, ed è un riferimento alla sua morte in mare.

Nothing of him that doth fade
But doth suffer a sea-change
Into something rich and strange

“Niente di lui si dissolve
ma subisce una metamorfosi marina
in qualche cosa di ricco e di strano”.

Percy Bysshe Shelley (Field Place – Sussex – Inghilterra 1792 – Viareggio 1822) fu un poeta inglese, educato a Eton e a Oxford, da dove fu espulso nel 1811 per l’opuscolo “La necessità dell’ateismo”, che scrisse insieme all’amico Thomas Jefferson Hogg. Poeta, vagabondo, anarchico, rivoluzionario, temerario nella poesia come nella vita, Shelley produsse la maggior parte dei suoi capolavori in meno di dieci anni. Ben presto lasciò l’Inghilterra per l’Italia, dove morì nell’affondamento del suo vascello al largo della costa tirrenica, fra Portovenere e la Toscana, e fu cremato sulla spiaggia vicino a Viareggio, là dove le onde avevano spinto il suo corpo. Le sue ceneri furono sepolte nel cimitero protestante; il suo cuore, che il suo amico Edward John Trelawny aveva strappato dalle fiamme, fu conservato dalla sua vedova, Mary Shelley, fino alla sua morte e fu sepolto con lei a Bournemouth.

La terza ed ultima, ma sicuramente non per in importanza, tomba che abbiamo visitato è stata quella del celebre politico e letterato italiano Antonio Gramsci.
Nato ad Ales, in Sardegna, il 22 gennaio del 1891, e morto a Roma il 27 aprile del 1937, nel corso della sua vita fu membro del PSI, Partito Socialista Italiano, e, nel 1919, fondatore de L’Ordine Nuovo, ovvero una testata giornalistica che tra i suoi fondatori, insieme a Gramsci, vedeva altri importanti intellettuali socialisti, come Palmiro Togliatti, Angelo Tasca e Umberto Terracini, e che proponeva un programma di rinnovamento sociale e proletario. Divenuto segretario del Partito Comunista Italiano, e nel 1924 deputato, affrontò la questione meridionale, indirizzando la politica dei comunisti verso l’unione con i socialisti massimalisti. Nel 1924 fondò il quotidiano politico l’Unità, organo del PCd’I. Per la sua attività e per le sue idee fu condannato a venti anni di carcere nel 1928. Motivazione principale per la quale Gramsci fu condannato, la svela questa frase detta da Benito Mussolini, poco prima del suo arresto, che cita: “Dobbiamo impedire a questo cervello di pensare”. Il suo pensiero politico, espresso anche nei numerosi scritti, si articolò in una rilettura globale dei fenomeni sociali e politici internazionali dal Risorgimento in poi, che lo portò a criticare per la prima volta lo stalinismo, a teorizzare il passaggio dalla “guerra di movimento” alla “guerra di posizione”, a formulare i concetti di “egemonia” e di “rivoluzione passiva”. Per la statura del suo impegno intellettuale e politico è considerato una tra le maggiori figure della prima metà del Novecento italiano. Il poeta, scrittore, regista e giornalista italiano Pier Paolo Pasolini ci ricorda l’importanza dell’impatto che Gramsci ha avuto sul panorama e pensiero politico e letterario italiano dei primi del Novecento, con un poemetto a lui intitolato, Le ceneri di Gramsci, pubblicato nel 1957, di cui riportiamo qui le prime strofe:
 
Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio, o l’abbaglia
 
con cieche schiarite… questo cielo
di bave sopra gli attici giallini
che in semicerchi immensi fanno velo
 
alle curve del Tevere, ai turchini
monti del Lazio… Spande una mortale
pace, disamorata come i nostri destini,
 
tra le vecchie muraglie l’autunnale
maggio. In esso c’è il grigiore del mondo,
la fine del decennio in cui ci appare
 
tra le macerie finito il profondo
e ingenuo sforzo di rifare la vita;
il silenzio, fradicio e infecondo…

 
Gramsci non ha voluto che sulla sua pietra tombale fosse scritto nulla, se non il luogo di nascita e di morte, accompagnati dalla scritta in latino “CINERA ANTONII GRAMSCII”, ovvero “LE SPOGLIE DI ANTONIO GRAMSI”. Oltre alle tombe di cui vi abbiamo già abbondantemente parlato, abbiamo avuto la possibilità di visitare le tombe di altre personalità di spicco, italiane e non. Fra queste ricordiamo quelle di Carlo Emilio Gadda, di Arnoldo Foà, attore morto nel 2014, della giornalista e scrittrice Miriam Mafai, deceduta nel 2012, e del figlio del filosofo e scrittore tedesco Goethe. Sarebbe inutile ripetere quanto questa visita sia stata educativa e, perché no, anche divertente. Perciò, vorremmo lasciarvi con una frase proprio di Antonio Gramsci, che recita così: “Sono partigiano, perciò odio chi non partecipa. Odio gli indifferenti” (A. Gramsci, Scritti giovanili)

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