Il Sanpietrino giornalino degli studenti del Liceo Benedetto da Norcia

Cibo o non cibo, i disturbi alimentari

Cibo o non cibo, i disturbi alimentari

(Gabriele Granata, Alessia Riccardi) – “Il cibo mi dava conforto, riuscivo a sentire la mia anima”. Rayo Cole, una giovane donna che tra tanti ha dovuto sopportare il peso dei disturbi alimentari; una tra i tanti. Oggigiorno è molto frequente sentire dei giovani adolescenti, preoccupati del loro aspetto esteriore, se il loro peso è quello ideale oppure no, se sono “in forma”. Una concezione quella dell’essere in forma molto particolare: per mantenere il peso ideale si recano in palestra tre o quattro volte alla settimana, per poi gettarsi in diete che rischiano di danneggiare il corpo. Qui è quando si rischia di cadere nel problema dei disturbi alimentari, nominando i più comuni come l’anoressia (dove le quantità di cibo che si ingeriscono sono sempre minori) oppure la bulimia (quando l’individuo espelle tutto ciò che ha appena ingerito mediante vomito o lassativi) ad altri meno conosciuti come l’ortoressia (non ancora definita dai medici una vera e propria patologia), quando un individuo inizia a mangiare solamente cibi sani. Tutto questo per cercare di raggiungere una perfezione impossibile: la perfezione dei corpi. La società di oggi infatti è intrinseca di falsi miti, di donne magre e belle e di uomini muscolosi e virili. Se non ti attieni a questi canoni ti senti sbagliato, diverso. Comunemente si conoscono le caratteristiche di quasi tutti i disturbi alimentari, non sapendo molto spesso che la maggior parte di essi possono creare rischi molto seri per la salute. Basti pensare che l’anoressia ha una mortalità abbastanza alta: circa il 20 per cento dei malati. “Pensavo di star uscendo da un disturbo alimentare, quando invece ne ero vittima. Passavo le mie giornate tra numerose ore in palestra per poi gettarmi in diete folli” (Demi Lovato, Pretty Big Deal Podcast). È strano dunque, essendo cresciuti in una società malata, pensare ormai che il corpo che uno ha è solo ciò che si trova all’esterno, non cosa si ha davvero dentro. Stanchi però di queste frasi tipiche molti adolescenti divengono le vittime di questi disturbi, altri invece tentano di uscire da queste situazioni, riuscendoci. Con lunghi periodi di recupero, da circa 57 a 79 mesi, i pazienti riescono a portare a termine questi trattamenti intensivi, depurando le loro menti da questi “finti miti”. Il caso peggiore però riguarda i giovani che non vogliono uscire da questa condizione. In America infatti quando un adolescente, al di sotto della maggiore età, è affidato ad una casa di cura dai genitori ha l’obbligo di rimanerci fino al compimento dei 18 anni, dopo egli diviene padrone di se stesso e delle proprie scelte, e molto spesso capita che, non volendo più essere sottoposti a queste cure, essi escano da questi centri di riabilitazione per poi morire dopo poco tempo. L’insoddisfazione per l’immagine corporea è dunque il problema di fondo; l’eccessiva importanza attribuita al peso, alla forma del proprio corpo e al controllo dell’alimentazione. Si può parlare a questo punto di perfezionismo; la ricerca di ciò che è bello da vedere e perfetto nelle sue forme. Il problema però è che la perfezione è un concetto, un’idea. Ognuno è perfetto a modo suo, ogni cicatrice, ogni linea ogni neo del proprio corpo, rappresenta la propria vera identità: se stessi. E anche se si fa ricorso a diete folli, o chirurgia estetica, la propria parte interiore c’è, ed è sempre li, nascosta. “Il tuo corpo è perfettamente imperfetto” (Melanie Martinez), ognuno è perfetto a modo suo.

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