Il Sanpietrino giornalino degli studenti del Liceo Benedetto da Norcia

Che ve ne pare di questa America, così borghese, così violenta?

Che ve ne pare di questa America, così borghese, così violenta?

(Francesco Sirleto) – “Pastorale americana” di Philip Roth: una rappresentazione amara e spietata della borghesia americana degli anni Sessanta e Settanta, dei suoi valori di fondo e di facciata, dei suoi stili di vita, della violenza immanente e latente all’interno e fuori dell’ambito familiare, sullo sfondo della guerra in Vietnam e della conseguente contestazione giovanile. Un protagonista (ricco industriale di origine ebraica) cresciuto e maturato nelle tradizionali convenzioni e convinzioni che permeano l’american way of life; una moglie ex reginetta di bellezza; una figlia disadattata e terrorista. Un romanzo di grande spessore sociale, una tragedia familiare narrata con un linguaggio aderente al “parlato” e con uno stile originale e molto cinematografico.

“Alle nazioni estere: Udii che cercate qualcosa che vi spieghi l’enigma del Nuovo Mondo, / Che definisca l’America e la sua atletica Democrazia, / Perciò vi invio i miei poemi, ché in essi troviate quanto cercate. (Walt Whitman, da Foglie d’erba).

Le storie, i personaggi, l’ambiente sociale che gli amanti del cinema di Woody Allen hanno imparato a conoscere ed apprezzare e che sono causa di divertimento e di buon umore (ma anche di riflessione a volte amara), li ritroviamo, con ben altre tinte e toni, nella letteratura di un altro grande della cultura americana di origine ebraica. Ci riferiamo allo scrittore Philip Roth, i cui romanzi sono, in genere, rappresentazioni molto realistiche (ma anche drammatiche), di uno spaccato particolare della società americana: la borghesia ebraica immigrata dall’Europa orientale tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, stanziata nelle grandi città del Nordest degli USA (New York, Boston, Philadelphia, New Jersey, ecc.), arricchitasi nell’industria e nel commercio grazie alle sue non comuni capacità imprenditoriali e mercantili. E’ uno strato sociale che, grazie alla rapida e spettacolare integrazione e ascesa realizzate in virtù delle condizioni del tutto favorevoli offerte dalla legislazione e dall’economia americana alle persone dotate di spirito d’intraprendenza, ama profondamente il grande paese America, la sua democrazia, le sue istituzioni, i suoi valori di fondo e di facciata. Di conseguenza gli ebrei americani costituiscono uno dei principali puntelli del sistema socio-economico-politico che governa il paese e che, dalla fine della seconda guerra mondiale, pretende di espandersi su tutta la superficie del pianeta Terra. Philip Roth, descrivendo di volta in volta personaggi e vicende d’ambientazione ebraico-borghese, non fa altro che riflettere sui fondamenti stessi della società americana. Una società che, lungi dall’essere ciò che vuol sembrare (il benessere realizzato, la ricchezza alla portata di chiunque, uno sviluppo economico illimitato, ecc.), è in realtà profondamente intrisa di violenza, di sopraffazione, di corruzione, di immoralità, di criminalità organizzata e non, di contrasti e lotte tremende tra un’etnia e l’altra, tra le classi sociali, nello stesso ambito familiare. Con “Pastorale americana” Philip Roth (alias Nathan Zuckerman, nome tipicamente ebraico da lui scelto per sé, in quanto personaggio secondario in questo come in altri suoi romanzi), raggiunge l’apice della sua arte, sia sotto il profilo del contenuto che sul piano stilistico. In questo romanzo, unanimemente considerato il suo capolavoro, in circa 450 pagine lo scrittore ci narra – con uno stile incalzante, aderente al “parlato” e dall’andamento quasi cinematografico (ampi flash-back, un frenetico muoversi nel tempo tanto personale quanto della comunità e della nazione) – la vita, l’ascesa e la decadenza di un grande e tragico “eroe americano” del nostro tempo: Seymour Levov, industriale nel settore delle pelletterie, con varie fabbriche sparse nel paese e fuori, erede di generazioni di artigiani ebrei, esperti nell’arte del costruire guanti di pelle. Egli è un convinto assertore degli ideali americani, profondamente democratico, amante delle istituzioni e delle consuetudini, ex marine, grande sportivo in età giovanile, con eccellenti risultati nel basket, nel football e nel baseball. Possiede una moglie bellissima (ex Miss New Jersey) ma del tutto inetta in campo economico, una figlia che, pur essendo affetta da balbuzie e da un certo spirito di contestazione, fino ai sedici anni di età, non è causa di alcun grande problema. Tutto sembra andare bene al nostro eroe, fino a quando (siamo nel 1968, l’anno della grande contestazione studentesca, rivolta principalmente contro la “sporca guerra” del Vietnam), la figlia sedicenne, in combutta con un gruppo che contesta radicalmente i principi basilari che reggono la società, non fa saltare in aria un negozio uccidendo una persona. Da questo episodio inizia il calvario del povero Seymour detto lo Svedese: la scoperta dell’insensatezza dei valori nei quali ha sempre creduto, del disordine e della violenza che permea tutti i rapporti sociali, dell’insincerità e del tradimento presenti in dosi massicce all’interno della famiglia borghese. Ciò che sembrava ordine ed armonia, non è altro che caos, dove Seymour vedeva valori condivisi e coesione sociale (a partire dalla famiglia), ora appare luogo e causa di disgregazione e di lotta per la sopravvivenza. “Questo paese fa spavento!”, è il grido che Jerry, il fratello cinico di Seymour, rivolge a quest’ultimo nel momento più tragico della sua presa di coscienza. “Questo paese non è altro che l’immagine del mondo come è attualmente, plasmato dall’America a sua immagine e somiglianza”, aggiungiamo noi, più modestamente, convinti di essere d’accordo con Philip Roth. Un romanzo da leggere e, se possibile, da rileggere.

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